IL SUONO OLTRE IL SILENZIO

IL SUONO OLTRE IL SILENZIO

Estratti dal libro:
IL SUONO OLTRE IL SILENZIO - INCONTRI CON LA MUSICA NELLE CURE DI FINE VITA di Laura Gamba

Il suono oltre il silenzio – Incontri con la musica nelle cure di fine vita è un tentativo di affrontare un tema che, pur essendo di grande attualità, viene a volte lasciato nelle zone d’ombra della rimozione e della disinformazione, per diventare terreno di contrapposizioni e prese di posizione ideologiche. Il punto di vista proposto per affacciarsi su questo grande tema è quello di una Musicoterapista che si avvicina con discrezione a pazienti ricoverati in Hospice, ai loro familiari e accompagnatori offrendo l’opportunità di condividere una particolare esperienza di ascolto.

Il libro è il distillato di dodici anni di esperienza umana e professionale all’interno di strutture dedicate alle cure palliative. Ogni capitolo racconta l’incontro con un pazienteovvero con una persona, speciale nella sua unicità – in alcuni casi con i familiari ed è un tentativo di ricostruzione di un clima emotivo, di una fotografia impressa nella memoria, di un breve, a volte brevissimo, percorso di incontro, scambio, condivisione, conoscenza e separazione.

Ognuna delle persone di cui si parla in questo libro, nel momento in cui ha accettato di avventurarsi in un percorso condiviso di ascolto, della musica e non solo, ha reso possibile nella propria vita e in quella dell’autrice un cambiamento e una trasformazione, contribuendo con una piccola porzione all’edificio che costruiamo durante questa esistenza andando alla ricerca del senso”.

“Ho portato la Marseillaise cantata da Milva; Astolfo la vuole ascoltare due volte. Indossa un cappellino di lana rosso con una sciarpetta, rossa anch’essa; in particolare durante il secondo ascolto dell’inno nazionale francese si entusiasma ed agita il braccio in alto.  Non posso sapere cosa significhi per lui questa canzone, in quali luoghi lo riporti e quali memorie gli restituisca, non posso sapere dove si stia dirigendo nella sua immaginazione con il braccio alzato mentre con un filo di voce segue il testo della canzone.  Non posso fare a meno di  immaginarlo nei panni di un giacobino, sulle barricate della rivoluzione, con il berretto rosso e il braccio alzato in un gesto che incoraggia ad andare avanti, a continuare in mezzo alla battaglia.

È questa l’immagine che conservo di lui, piccolo e fragile nel suo letto, l’espressione un po’ spaurita, infreddolito dentro il suo cappello e dietro la sua scarpetta di lana rossa; la vitalità tutta raccolta in un gesto che guarda avanti e lontano, in un luogo che si trova forse indietro, nella memoria, o forse avanti, non sappiamo dove.”

“Seguo Lino che con passo leggero e sicuro è già accanto al letto e prende la mano di Caterina che respira appena, immobile, composta. Trasfigurata rispetto l’ultima volta in cui la ho vista ha il corpo rimpicciolito, il viso assottigliato di un colorito grigio terreo che mai ho visto prima, le labbra bianche. Sentendo il polso, il respiro, la consistenza e la temperatura della pelle Lino afferma – senza timore di sbagliare – che Caterina sta morendo, è questione di momenti; ribadisce che non è il caso di lasciarla sola proprio adesso, lui sa riconoscere questi segnali, già molte volte visti. Standomene per quanto possibile in disparte, temendo di violare il confine invisibile tracciato intorno al letto, accendo la musica ad un volume delicatissimo, quanto basta per alleggerire il silenzio. Tra i dischi che ho a disposizione in quel momento scelgo senza esitazione Bach  (Suite per orchestra n. 3 in re maggiore, BWV 1068, secondo movimento Aria). I suoni lenti e legati degli archi si muovono delicatamente nella penombra e nel silenzio, chissà se arrivano a Caterina, e come; di sicuro arriva a noi una melodia nota e rassicurante. Di lì a poco Lino mi informa che Caterina non respira più.

Improvvisamente e inaspettatamente arrivano due signore, non parenti ma amiche ex infermiere di una casa di riposo, come loro stesse prontamente e puntualmente precisano non appena entrate in stanza. Sebbene commosse e impressionate dalla concomitanza del loro arrivo con il decesso, non hanno alcuna difficoltà a prendere rapidamente e con sicurezza possesso dello spazio della stanza: si mettono subito a trafficare intorno al letto, al comodino e all’armadio, ripercorrendo gesti fatti chissà quante volte nell’arco della loro carriera; una di loro con una mossa rapida e precisa va ad aprire la finestra.

Senza interrompere il silenzioso dialogo di gesti con l’amica, la signora che ha aperto la finestra mi spiega che ciò che ha fatto può sembrare strano ma non lo è; l’altra annuisce con un’espressione composta e greve e nel contempo alleggerita dalla chiara certezza.

Per la verità non avevo dato particolare importanza al gesto che mi sembrava dettato dalla percezione della temperatura e della mancanza d’aria, gesto che io stessa farei molte volte ma che mi trattengo dal fare per riguardo nei confronti di chi abita la stanza.

Molto più del gesto mi stupisce la giustificazione che la signora ci tiene a dare: è per l’anima, che così può uscire e salire in cielo; così hanno insegnato le suore con cui le signore hanno lavorato per tanti anni. Mi sembra strana questa concezione dell’anima come qualcosa di spirituale ma al contempo di sostanziale e materiale, dal momento che va aiutata nel superare la difficoltà che deriva dall’attraversare la consistenza e lo spessore del vetro della finestra per uscire dalla stanza e andare dove deve.

Osservo le signore che, arrivate improvvisamente, non hanno mai smesso di muoversi nella stanza commosse e affaccendate parlando tra loro, con Lino e con me; considero che, una volta superato quel momento, improvvisamente il sacro rispetto del cerchio di silenzio e di quiete che circondava il letto si è spezzato: gesti sicuri, manovre rapide, operazioni svelte ed efficaci si rivolgono al corpo ormai inerte prendendo il posto di avvicinamenti discreti, carezze delicate, parole sussurrate.

Avrei preferito conservare quell’immobilità e quel silenzio ancora per un po’, avrei lasciato terminare l’aria di Bach e con lei avrei lasciato dissolversi la vibrazione dell’ultimo respiro insieme al suono.

Così non è stato. Credo che le signore non si siano nemmeno accorte della musica.”

Mi piace paragonare la musica ad un passepartout, una chiave che consente di aprire porte che sembrano chiuse. Nella mia esperienza ho constatato come molto di frequente in situazioni come quelle cui ho accennato sopra, in cui c’è un bisogno di espressione e condivisione ma la tendenza alla chiusura e all’isolamento prevalgono, la proposta di ascoltare musica può contribuire a spezzare il cerchio e a dare vita ad uno spazio comune dove l’empatia e la sintonizzazione degli affetti consentono l’ascolto e la condivisione, non solo della musica.

Accettare la garbata e discreta proposta di ascoltare insieme una canzone, un’aria d’opera o un brano dell’autore preferito può essere un primo passo per aprirsi alla comunicazione, al racconto di sé, alla condivisione di paure, dubbi, speranze.

La musica offre la possibilità, qualche volta, di spezzare un angoscioso silenzio di attesa e di dolorosa sospensione; l’ascolto – inteso in senso lato come ascolto empatico e non solo come ascolto musicale – può offrire l’opportunità della condivisione, generando cambiamento e trasformazione.

Questa constatazione, che è anche una certezza, mi incoraggia a continuare e ad approfondire la pratica e la ricerca in merito all’utilizzo della musica e del suono nelle cure di fine vita”

Laura Gamba, Musicoterapista – Cremona

Il libro è distribuito online su
https://sell.streetlib.com/go/NyiT54eO- – https://stores.streetlib.com/it/laura-gamba/il-suono-oltre-il-silenzio/
e sui principali store online.

Per informazioni: Laura Gamba – 347 2638332 – laura.gamba.musicoterapia@gmail.com

 

 

 

 

 

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